giovedì 21 giugno 2007

In difesa delle Donnacce

I personaggi di questo racconto sono frutto di fantasia, ogni rifermento a fatti cose o persone è da ritenersi puramente casuale.

Rimiravo ancora il distintivo con su scritto Ispettore onorario, Avendo vinto il concorso di narrativa poliziesca “Una giornata da sbirro” indetta dal capo della polizia, la tolla, mi spettava di diritto. La mattina era stata una levataccia. Il duro lavoro del poliziotto comincia all’alba. Alle nove una volante era venuta a prelevarmi sotto casa, ma questa volta sarei stato io a fare le domande.
In giro, di pattuglia con Stursky e Hutch, fino a mezzogiorno. Io, sul sedile posteriore, felice come un bimbo su una macchina della polizia. Appena si cresce la prospettiva cambia. Ad ogni modo, col naso incollato al vetro, indicavo possibili crimini sui quali intervenire.
Niente, Calma piatta, Milano non era mai stata cosi poco violenta.
Mezzogiorno, pausa HotDog, imposta da me, loro volevano mangiare n’amatrisciaaana, ma il graduato, anche se solo per un giorno ero io, e poi non eravamo mica in un film di Thomas Millian.
Poi ancora in giro, non so se avessero ordini dall’alto di non farmi cacciare nei guai, o se davvero la città fosse incredibilmente morta.
Milano è famosa per due cose: La moda di per sé, e L’aperitivo, che in fondo, è una cosa che non passa mai di moda. L’aperitivo porta con sé un campionario di varia umanità, centinaia di locali pullulano di persone di ogni tipo, tutti con l’obbiettivo comune di arraffare più cibo possibile dal Buffet. L’aperitivo, quella sera, si era tinto di nero.
Venni scosso dalla mia meditazione sul mio distintivo di latta dal mio temporaneo sottoposto, l’ispettore (vero) Michele Scucimarro.
-Ispettò, il Questò dice che se vuole la bambola può interrogarla lei, e si scusa di non averla fatta sparare al poligono.
La Donna in questione aspettava nella stanza degli interrogatori. L’avevano fermata al Blues Cafè mentre versava una boccettina di liquido non indentificato nel bicchiere del suo accompagnatore, il quale era momentaneamente in bagno.
Se ne stava seduta con le gambe accavallate, il che era molto positivo, perché prima o poi le si sarebbe addormentata una gamba e avrebbe dovuto invertire l’ordine delle cosce. il vestito, nerissimo, era più lungo dietro che davanti e lasciava ampie dosi di sottile lycra in bella vista. Sul viso, un sorriso ammaliatore disegnato col più sfacciato dei rossetti.
Manteneva lo sguardo alto. Il collo, slanciato da un collier di perle più simile ad un vero e proprio collare.
-Come si chiama?-
-Barbara Kunt-
-Professione?
-Assassina.-
-Non sia ridicola, è in guai grossi.-
-Allora scriva poetessa.-
Ho sempre avuto un debole per la poesia.
-Cosa stava facendo al Blues cafè?-
-Stavo bevento un cosmopolitan e cercavo di avvelenare un uomo.-
-Ma insomma, la smetta, il sarcasmo non la aiuterà, quel poveretto è in pericolo di vita.-
L’espressione si tramutò in falsa compassione -Mi si spezza davvero il cuore.-
-Scucy, posso chiamarti Scucy vero? Non ti scoccia? Ma... si sa qualcosa di questo tipo?-
-Ispettò, si sa solo che tiene nu casino sulla costazzurra.-
-Si dice casinò.-
-E, Signorina Kunt, cosa avrebbe fatto di tanto grave questo signore per meritarsi il suo odio?-
-Mi dispiace deluderla, ma l’odio non c’entra, sono questioni di lavoro, il signore ha la brutta abitudine di non pagare le fatture.-
Iniziavo a non capirci più un cazzo, forse era per quello che facevo lo scrittore e non il poliziotto, ero solo sicuro di una cosa, quella donna era troppo bella per essere colpevole. Forse pericolosa, ma non colpevole. Ormai mancava solo un quarto d’ora allo scadere della mia breve, puntiforme carriera di piedipiatti, il poco potere che avevo, lo avrei usato tutto.
Iniziai ad elencare gli oggetti trovati addosso alla sospettata, e che ora riposavano sul tavolo.
-Un cellulare fucsia, un rossetto “Rouge di Dior” Una calibro 22 col calcio di madreperla, carina gliel’hanno data in omaggio insieme al collier?-
-Si. -Fece vezzosa -e agli orecchini.-
-Non vorrà farmi credere che riusciva a farcela stare in quella specie di portamonete che chiama borsa.-
-No infatti la tenevo qui.- E si scostò il vestito mettendo in mostra una coscia tornita decorata da una fondina attaccata al reggicalze.
-Non pensavo esistessero davvero.-
Mi guardò divertita trattenendo una sigaretta fresca di pacchetto tra le dita lunghe e smaltate di rosso. L’ispettore, quello vero, sudava come una bottiglietta di Ceres in pieno agosto.
Io no, avevo quasi freddo.
-Sta aspettando che si accenda per combustione spontanea?-
-Se qualcuno non mi avesse sequestrato anche l’accendino...- Fulminò Scucy con so sguardo.
Guardai la lista che avevo in mano
-Già... Un dupont in lacca nera e argento- Scucia Scucy, cioè scusa, ma che pericolo rappresenta un accendino?-
-Potrebbe dar fuoco a qualcuno-
Lo guardai stranito, -Certo, potrebbe anche dare fuoco a te.-
Mi avvicinai a lei vestendo i panni dello sbirro buono, quello dello sbirro scemo erano un pret a porter confezionato su misura per Scucimarro
-Ne ho anch’io uno, sa?- Lo estrassi dalla tasca, l’inconfondibile “CLINK”, precedette di poco la fiammella.
-Fuma anche lei?-
-Solo la pipa, ma non in pubblico.-
Continuai ad elencare.
-Un rasoio di Solingen con manico di tartaruga, le tartarughe sono fuori legge lo sa?-
-Per cosa? Difetto di velocità? E poi era di mio nonno.-
-Cosa, la tartaruga o il rasoio?-
Risi solo io.
-Una boccettina di liquido incolore, cosa è?
-Cianuro.-
-Allora vuole collaborare? Oppure...-
-L’assaggi!-
Stappai il boccettino, Odorava di mandorle amare. La guardai fissa negli occhi per scorgere un pò di paura, nulla.
-Allora Dottò, è veleno?- -No Scucy, solo essenza di mandorla, sa signorina la torta delizia è la preferita da mio cugino.-
-Se me lo presenta gliene preparo una.-
In quel mentre entrò un agente, informandoci che la potenziale vittima se l’era cavata con un brutto spavento e dieci giorni di prognosi. La Kunt schioccò le dita con disappunto.
-Beh Scucy, mancano cinque minuti alla mia uscita di scena, direi che non abbiamo elementi per trattenere la signora, firmo io il suo rilascio, e restituiscile pure tutte le sue carabattole, boccettine di mandorle comprese.-
-Ma Dottò, e...e La pistola e lu rasoiu e e...-
-E... E... Primo non sono dottore e poi è robetta, garantisco io.-
Firmai e riconsegnai il distintivo. Mi rimanevano solo le chiacchiere. Aiutai Miss Kunt ad alzarsi, coi tacchi mi sovrastava di almeno dieci centimetri. Sorrise. La scortai fuori erano le 23:30 di venerdì.
-Perchè non viene a bere qualcosa?-
-Mah, non saprei, dove?-
-Conosce il Pelouche, è un pianobar.-
-Certo, sono amica del proprietario.-
-Allora andiamo.-
Appena entrati Alex il pianista urlò il mio nome al microfono come era uso fare, riuscimmo a sederci in un punto appartato nonostante la bolgia del Friday Night.
-Cosa prende?-
-Un Cuba libre con Havana 7.-
-Per me un Gin Tonic con Tanqueray, grazie.-
La guardai negli occhi chiedendomi se avessi agito bene, pagai le consumazioni e mi alzai.
-Dove va?-
La guardai con un goccetto di sfida.
-Al bagno.-

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1 commento:

Anonimo ha detto...

I personaggi di questo breve racconto sono così pieni di particolari da sembrare quasi reali..
Purtroppo mi risulta difficile che al mondo d'oggi esistano due persone così terribilmente affascinanti, così dannatamente bizzarre..

Complimenti! Una storia che mi ha fatto "sentire" i brividi sulla schiena..